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La fisica incontra la cittĂ 



Il fuoco della terra: viaggio fra i vulcani italiani fra rischi e risorse

Roberto Scandone Dipartimento di Matematica e Fisica, UniversitĂ  Roma Tre

 

03/10/2018 ore 20:30
dove: Aula Magna del Rettorato, Via Ostiense 159 - Roma

 

ABSTRACT:
Molti termini del lessico internazionale di vulcanologia derivano dall’italiano. Il termine lava deriva dal napoletano “lava di fuoco”, usato per indicare i fiumi di roccia fusa incandescente che scendevano dal Vesuvio. Il termine eruzione pliniana indica una forte eruzione esplosiva, simile a quella vista da Plinio il Giovane nel 79 d.C. Il termine stromboliano descrive una piccola esplosione vulcanica, del tipo di quelle osservate continuamente a Stromboli. La stessa parola vulcano deriva dall’omonima isola delle Eolie, indicata dai romani come sacra al dio del fuoco.

La presenza italiana nella vulcanologia trae origine dall’esistenza dei vulcani attivi italiani. Per lungo tempo il Vesuvio, l’Etna, Stromboli e Vulcano hanno attirato con le loro eruzioni la curiosità degli studiosi di tutto il mondo e nel secolo dei lumi il termine vulcano era sinonimo di Italia. In particolare, il Vesuvio era destinato a fornire la materia per la nascita di due scienze apparentemente lontane fra loro: la vulcanologia e l’archeologia. A partire dal 1600, infatti, non solo il vulcano era in perenne attività, ma ai suoi piedi si venivano scoprendo le rovine delle città romane sepolte dalla sua furia. Fu così, grazie alla visione illuminata del sovrano Carlo III di Borbone, che iniziarono con sovvenzioni reali gli scavi di Ercolano e Pompei.
La continua attività del Vesuvio e la sua facile accessibilità fecero poi del vulcano la meta congiunta a quella degli scavi per tutti gli appassionati e intellettuali che terminavano il Gran Tour d’Italie proprio a Napoli.
I vulcani italiani che hanno dispiegato la loro attività in un periodo geologico recente (l’ultimo milione di anni) hanno contribuito a modellare il singolare paesaggio dell’Italia centro-meridionale. I prodotti dell’attività esplosiva hanno creato suoli particolarmente fertili per l’abbondanza di minerali di potassio che hanno favorito l’insediamento delle prime comunità agricole-pastorali. Allo stesso tempo alcuni di questi vulcani, come Palmarola, Lipari, Pantelleria, ricchi di lave particolarmente viscose, hanno fornito il materiale di base per la prima industria globale mediterranea di utensili: l’ossidiana.
Con il crescere della popolazione è cresciuto anche il rischio connesso con l’attività vulcanica. L’alternanza fra lunghi periodi di quiescenza, che favorivano gli insediamenti intorno ai vulcani, e gli improvvisi risvegli dell’attività ha causato non poche distruzioni di villaggi e città. Le prime tracce di popolazioni che vivevano in prossimità dei vulcani, si ritrovano presso Roccamonfina, dove le impronte di due nostri progenitori sono conservate intatte nella cenere di un deposito vulcanico eruttato 385000 anni fa e consolidatosi poco dopo.
L’area di Napoli ha visto il periodico succedersi di insediamenti umani a Ischia, Campi Flegrei e Vesuvio distrutti da improvvise riprese attività vulcanica.
In tempi più recenti i vulcani sono diventati nuovamente una risorsa con lo sviluppo del turismo di massa alla ricerca delle straordinarie visioni di vulcani perennemente attivi come l’Etna e Stromboli.

CURRICULUM
Roberto Scandone è stato Ricercatore presso l’Osservatorio Vesuviano di Ercolano, Professore Associato presso l’Università Federico II di Napoli e Professore Ordinario di Fisica del Vulcanismo presso l’Università di Roma Tre. E’ attualmente associato di ricerca presso l’Osservatorio Vesuviano, INGV. Ha fatto parte dal 2002 al 2010 della Commissione Grandi Rischi di cui è stato anche Presidente della Sezione Rischio Vulcanico. Ha fatto parte del comitato editoriale di tutte le più importanti riviste internazionali di Vulcanologia. E’ autore di vari libri di testo e divulgativi sulla vulcanologia.

 


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